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Il plurimiliardario accordo tra Cina e Congo

Maggio 16, 2008

La Repubblica Democratica del Congo ha firmato pochi giorni fa l’accordo quadro che rappresenta in assoluto il più grande contratto tra Cina ed Africa: un affare da più di 9 miliardi di dollari per strade e ferrovie in cambio di minerali. Il Congo necessita disperatamente di infrastrutture da 6 miliardi di dollari, così come ingegneri cinesi e congolesi hanno preventivato: 2.400 miglia di strade, 2.000 miglia di ferrovie, 32 ospedali, 145 centri di soccorso e due università; ed è nell’ottica di ottenere tutto ciò, che a Pechino nei prossimi giorni si siglerà l’accordo tra la Gecamines, la compagnia mineraria di stato congolese e la CREC (China Railway Engineering Corporation) un’azienda prevalentemente pubblica cinese.

Un singolo accordo, insomma, che dalla prima strada prevederà fino a 9 miliardi di dollari di costruzioni, in cambio di risorse naturali preziosissime a sostenere l’industria galoppante della Cina: 10 milioni di tonnellate di rame e 400 mila tonnellate di cobalto. Ma le implicazioni sono molteplici. Prima di tutto le modalità di questo «win-win» come viene chiamato dai cinesi il tipo di «baratto» in questione: un modo di contrattare in cui entrambe le parti guadagnano, e che non è assimilabile agli «aiuti» che le potenze occidentali danno anno dopo anno, sempre con interessi collegati e con mille vincoli e condizioni. Il Congo è reduce da decenni di dittatura e da una brutale guerra civile che l’ha messo in ginocchio, lasciando infrastrutture decadenti a malapena in funzione. All’apparenza tutto è bene quel che funziona bene. Il Ministro incaricato dell’estrazione mineraria, Victor Kasongo, ha dichiarato che dopo due secoli in cui la gente ha scavato ma solo per vedere i minerali andarsene dal paese, si parla di strade, scuole, acqua, e non si riesce mai a vederne all’orizzonte per quanto riguarda le promesse delle potenze straniere. Di contro l’ambasciatore cinese in Congo, Wu Zexian, ha dichiarato che «la Cina ha bisogno di molte cose. In questo mondo la Cina non può vivere isolata; questo è il motivo per cui abbiamo adottato delle politiche di apertura al resto del mondo. Dobbiamo arrivare ad una cooperazione che benefici entrambi i contraenti».

Il ritrovamento di un giacimento molto cospicuo di rame in Kolwezi (provincia meridionale di Katanga) ha spinto la Exim Bank (altra state-owned cinese) a sobbarcarsi l’alto rischio dell’operazione che rivaluterà tutta l’area un tempo appartenuta al «Belgian Forrest Group», con una previsione di rientro dell’investimento nel periodo di 10 anni. E’ da considerare però che anche se una banca occidentale non rischierebbe tanto, l’influenza della Cina come nuovo soggetto colonialista ed imperialista in Africa va rafforzandosi sempre di più, creando uno dopo l’altro precedenti che danno fiducia ai governi africani, non più obbligati a nascondere le loro violazioni di diritti umani o quant’altro. La Cina non è come l’Europa, ha immense possibilità di liquidità e molte meno paure nel relazionarsi ad un continente con cui non ha un «passato da farsi perdonare».

La pratica del win-win non è tuttavia nuova, e non verrà presto abbandonata dalla Cina: il prezzo in crescita delle materie prime, parallelo alla food crisis ed interconnesso con il prezzo del petrolio, è uno stimolo notevole al nuovo «colonialismo» per le forniture dell’industria e dell’indotto industriale. La Cina produce da sola il 20% delle merci finite del mondo, e non può certo permettersi di non garantirsi un continuo ulteriore sviluppo. Resta il ruolo dell’Europa, che dalle dichiarazioni del presidente congolese, rivela di aver fallito in pieno ogni tentativo di comunicare con i governi africani: anni di aiuti, sussidi, progetti «buonisti» naufragati nel nulla, di fronte ad una proposta commerciale, neanche tanto vantaggiosa, che nessun occidentale avrebbe fatto per paura di quello che, nei nostri paesi e nei nostri salotti bene, si sarebbe detto. L’imperialismo non è più né quello americano, né quello britannico. Facciamo attenzione a Cina e Russia.

http://www.ragionpolitica.it/testo.9393.plurimiliardario_accordo_tra_cina_congo.html

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Chavez e Merkel: Sud America ed Europa

Maggio 13, 2008

Il Sud America è una tra le aree del globo più in difficoltà per quanto riguarda la crescita del sistema economico, nonostante buone risorse prime ed un contesto climatico che potrebbe essere vantaggioso per la produzione di sostanze alimentari, in pieno periodo di food crisis. Tuttavia, i governi di molti paesi non hanno una mentalità pienamente «occidentale» e preferiscono un ruolo di antagonismo al mondo industrializzato, nel quale crogiolarsi di corruzione scaricando il barile di fronte all’opinione pubblica sui demonizzati Stati Uniti ed ora anche la demonizzata Unione Europea.

L’ultimo caso lampante di questo principio ce lo fornisce il dibattito a distanza tra Hugo Chavez, presidente del Venezuela, e Angela Merkel, cancelliere tedesco. Ancora una volta l’isolazionismo del discusso presidente sudamericano, e le sue parole dure e sgarbate, danno il polso di una situazione in cui invece di riforme strutturali, concrete, sostanziali, si preferisce la polemica e la propaganda. Angela Merkel aveva dichiarato in un’intervista, in previsione del meeting che si terrà venerdì a Lima come vertice UE-America Latina, all’agenzia stampa tedesca Dpa che Chavez non è la voce della regione. Il punto molto moderato della sua critica consisteva nel fatto che il «populismo di sinistra» non possa risolvere i problemi delle popolazioni disagiate: «Basandoci sulla nostra esperienza in Europa, non credo che i Paesi con l’economia guidata dallo Stato possano portare a risposte migliori o più sostenibili».

Da Caracas è giunta la risposta in televisione, dal programma del regime «Alo presidente» e direttamente da Chavez: un elegante parallelo tra la Merkel e nientemeno che Adolf Hitler. «Il cancelliere tedesco appartiene alla stessa destra che ha sostenuto Hitler ed il fascismo». Lei come molta gente vorrebbe solo zittirlo, così come è successo con Juan Carlos di Spagna durante il vertice ibero-americano lo scorso dicembre, quando alle incessanti affermazioni retoriche e populiste di Chavez il sovrano gli aveva semplicemente detto di «tacere» per interrompere il dibattito.

Una simile presa di posizione da parte del Venezuela comunque significa soltanto una cosa: Chavez non è interessato ad alcuna cooperazione con Europa o Stati Uniti. I programmi sociali per l’America Latina restano quelli degli attuali regimi, portati avanti da Venezuela, Cuba, Argentina e Brasile. Chavez non vuole ingerenze, e rigira la frittata dichiarando che gli europei sostengono di «andare là per aiutare. Ma dov’è il loro piano per aiutare i poveri?» L’esempio è quello del presidente di Haiti, a cui Usa ed Europa avrebbero fatto mille promesse mai mantenute.

Certo la situazione è meno grave che negli stati dove il fondamentalismo religioso impone regimi liberticidi di massima intolleranza. Eppure i diritti umani, sotto il segno dell’ideologia, vengono sbeffeggiati anche nel continente che al mondo potrebbe avere più possibilità di sviluppo. Ovviamente questa consapevolezza è la motivazione degli incessanti tentativi di dialogo che l’Occidente si propone di instaurare con i paesi d’Oltreoceano… ed è in effetti una priorità geopolitica mondiale far sì che i progetti di uomini come Chavez o Lula, di isolarsi e poter così avere maggiore gioco sulle proprie popolazioni, non si realizzino del tutto.

http://www.ragionpolitica.it/testo.9382.chavez_merkel_sud_america_europa.html

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Basta aiuti umanitari, per stoppare la food-crisis l’Ue deve davvero aiutare i poveri a produrre

Maggio 12, 2008

L’economista americano Jeffrey Sachs ha relazionato, di fronte alla Commissione Sviluppo del Parlamento Europeo, lo scorso 5 maggio, la sua posizione rispetto alle decisioni prese dal Parlamento stesso in relazione agli aiuti di “primo soccorso” per l’emergenza alimentare globale. Mr Sachs è stato advisor dell’ex Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, ed è il pentito ideatore della “terapia shock” di strategia del mercato che venne applicata alla Bolivia nella metà degli anni ‘90 e nell’Europa orientale dopo la caduta del muro di Berlino.

Il nocciolo del discorso è stato spostare l’attenzione dagli aiuti umanitari, semplice palliativo, ad altri aiuti di tipo strutturale come cura più che sintomatica della food crisis. Una riflessione volta a superare le tante parole che si spendono nel nostro continente (ma anche negli US) senza nessuna risoluzione concreta.

“Se rimarremo al livello di aiuti d’emergenza con l’invio di cibo, non risolveremo il problema – tali aiuti sono ovviamente una misura da prendere per l’immediato, ma con un orizzonte di al massimo sei mesi. Un termine maggiore non risolverà nulla: per una soluzione a lungo termine è necessario indirizzare soccorsi strutturali”. Insomma, il mondo Occidentale, o comunque i paesi investiti dalla crisi solo ad un livello economico-finanziario e non di emergenza umanitaria, dovrebbero limitare i costosissimi aiuti consistenti in invii di derrate alimentari dove lo stato di indigenza è aumentato come causa di morte; e dovrebbero altresì dedicarsi ad aiutare i produttori agricoli ad aumentare la produzione di cibo. Aiutare i più poveri tra i poveri a crescere più cereali.

Questo tipo di logica non è assolutamente nuovo sullo scenario internazionale. Un esempio virtuoso è stato il Malawi, in cui negli ultimi tre anni, con grande successo, si è riusciti a raddoppiare la produzione di cibo. Lo stesso modello di “assistenza” sarebbe applicabile in molte altre aree disagiate e dovrebbe essere il modus operandi principale per fronteggiare la crisi alimentare. Secondo l’economista americano, da quanto affermato al Parlamento Europeo, la crisi nei prezzi del cibo globale è stato un prodotto della “crescente domanda mondiale di cibo, vigorosa, contro una piuttosto stagnante fornitura”.

La serie di fattori a cui imputare la colpa del fenomeno è difficile da individuare ed è molto vasta. Secondo Sachs, però, la prima di tutte è che nelle regioni povere la produzione di cibo è “molto lontana da quella che dovrebbe essere”. L’argomentazione è che tali regioni stiano producendo al massimo un terzo o addirittura un quarto del loro potenziale effettivo, e la soluzione sarebbe incrementare il cibo in uscita a livelli che corrispondano al pieno potenziale.

In aggiunta a questo regime ridotto delle possibilità dei paesi poveri, vanno annoverati i vari sconvolgimenti climatici degli ultimi anni, che hanno ovviamente colpito la produzione del cibo col cambiamento dei tipi di clima che hanno condizionato le stagioni di raccolta.

Ma l’interesse per l’intervento dell’ex advisor delle Nazioni Unite è anche e soprattutto da riferire al recente dibattito sui biocarburanti. Dopo le decisioni delle politiche UE per l’incremento nell’uso di biocarburante del 10% entro il 2020, la prima reazione è stata quella di sottolineare come il biocombustibile non possa essere concausa della crisi. Il secondo step è stato ammettere che forse sì, il nuovo mercato altamente avvantaggiato dai sussidi sia stato uno degli elementi a sfalsare gli equilibri e a ripercuotersi sulla produzione alimentare, ma con la conclusione che le politiche europee erano del tutto salve da ogni responsabilità: tutta la colpa, insomma sarebbe stata degli Stati Uniti.

Sachs suggerisce invece un terzo passaggio, aggiungendo la sua opinione a quelle maggiormente critiche nei confronti dell’utilizzo di biocarburante: “Dovremmo tagliare significativamente i nostri programmi sul biocombustibile, che erano comprensibili in un periodo di prezzi alimentari molto più bassi e di più basse riserve di cibo, ma che non hanno senso ora, in un periodo di globale scaristà di cibo”.

Al commissario Peter Mandelson (come già sottolineato), l’economista americano replica con una semplicissima constatazione logica: è vero che il World Food Programme delle Nazioni Unite, la World Bank e molti tra gli stessi scienziati americani stanno criticando le politiche statunitensi sul tema, ma queste avrebbero un impatto maggiore sullo scenario mondiale solo perché si tratta di un programma di portata molto più ampia di quello europeo. Il punto è che la modesta estensione del cibo, per esempio il frumento, oggi utilizzato per produrre biocarburante è da moltiplicare in Europa considerevolmente in proiezione per i prossimi anni; inoltre i terreni di coltivazione dei cereali vengono trasformati da terreni coltivati a grano a terreni coltivati a colza o altre materie prime per la produzione di biodiesel. Il tutto sì con un impatto inferiore a quello statunitense, ma sempre e comunque con un impatto che è un sacrificio inutile considerando gli scarsi effetti positivi ambientali ed i comunque presenti effetti negativi sui prezzi.

In conclusione Mr Sachs ha poi ribadito l’importanza dei biocarburanti in teoria, specificando che è necessaria ulteriore ricerca per la “seconda generazione” di biofuel, quella derivante non da sostanze alimentari ma da etanolo da celluloide o simili. Applicazioni da laboratorio che non sono pronte per un utilizzo commerciale ma che sono, o potrebbero essere, una soluzione più sostenibile in alternativa al petrolio e che devono essere sostenute ed incentivate, così come le soluzioni contro gli ulteriori scombussolamenti climatici, quali specifici fertilizzanti che rendano i vegetali “a prova di variazione”, micro-irrigazione e quant’altro, senza neanche sbarcare nello spinoso mondo degli OGM.

A parte questo ambientalismo un po’ raffazzonato di fondo, dovuto forse al senso di colpa diffuso di chi proprio per intenti ambientalisti ha determinato le politiche di USA ed Europa nella direzione che oggi tutti deprecano, l’input che proviene dall’economista e speriamo approdi nelle menti degli europarlamentari è molto importante: non serve tanto stanziare ingentissime risorse finanziarie per inviare soccorsi ai bisognosi; è necessario (come in Malawi) forzare le economie più deboli ad aumentare ed ottimizzare la produzione. Con gli stessi investimenti ma col coraggio di lasciare l’emergenza ancora sanguinante per un po’, senza tamponarla, l’Europa potrà davvero fare qualcosa per risolvere la “food crisis” e riportare il mercato alimentare mondiale ad una situazione di sostenibilità per le popolazioni più povere.

http://www.loccidentale.it/node/17234

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Dieci anni di euro

Maggio 10, 2008

E’ un buon momento per fare il punto della situazione sulla moneta unica europea. Ormai da noi la vecchia lira è un ricordo lontano, e da dieci anni l’euro si è imposto come protagonista internazionale, nonostante attacchi politici in paesi nei quali esso viene usato e soprattutto nonostante un peso insufficiente a livello mondiale. Per questo motivo da Bruxelles arriva il suggerimento, ai 16 Stati della zona euro, di accordarsi per un singolo seggio nelle istituzioni finanziarie internazionali.

Il commissario agli Affari economici e monetari, Joaquin Almunia, mercoledì 7 maggio (nel mese in cui la moneta unica venne lanciata nel 1998, per entrare poi in vigore dal 1° gennaio 1999) ha relazionato di fronte al parlamento europeo, definendo l’euro un «ineguagliabile successo politico ed economico». Nella stessa seduta è stato approvato l’ingresso della Slovacchia nell’area euro (a partire dal gennaio 2009).

I concreti benefici dell’euro sono stati riassunti dall’esecutivo dell’Unione Europea in un report che sottolinea prevalentemente «il sostenimento della stabilità dei prezzi», un calo dei tassi di interesse dal 9 al 5%, migliori politiche fiscali e la creazione di 16 milioni di posti di lavoro in meno di dieci anni. Tuttavia è da rimarcare come la crescita economica si sia attestata in media attorno al 2% annuo da quando è stato introdotto l’euro, ovvero più o meno la stessa percentuale del decennio precedente.

Sempre nello stesso documento si fa riferimento al fatto che tale «debolezza» nella crescita sia da imputare ai paesi in cui le riforme strutturali nel campo della produzione e del mercato del lavoro si sono fatte attendere. L’euro ha in effetti tolto ai governi uno strumento che in passato era stato importantissimo e utilizzatissimo: lo scudo che la moneta interna costituiva nei confronti degli sconvolgimenti finanziari, con la possibilità di decidere autonomamente tassi di inflazione e di riduzione del costo del denaro, che per altro davano un’alternativa alle riforme sostanziali necessarie. Un paradosso che può essere risolto, secondo i vertici Ue, solo rafforzando il coordinamento tra le riforme strutturali interne all’area euro: in questo senso la stessa Commissione si attribuirà più poteri per incrementare la sorveglianza sulle capacità e sull’efficienza delle riforme nazionali. Il tema investe l’attualmente ancora zoppicante Trattato di Lisbona, che dovrebbe entrare in vigore l’anno prossimo se ratificato in tutti e 27 gli Stati membri dell’Unione: tale trattato prevede, per la Commissione, la possibilità di inviare «diretti avvertimenti» ai paesi che sembreranno fallire il compito di riformare i propri sistemi, senza bisogno di previa autorizzazione da parte del blocco dei ministri dell’Economia.

Questo per quanto riguarda l’aspetto interno all’eurozona. Almunia sottolinea, tuttavia, anche la necessità di un maggiore coordinamento a livello di immagine esterna, nei confronti del resto del mondo. Per questo viene auspicata come «assolutamente necessaria» una «unica e singola presenza» nelle istituzioni internazionali economiche e finanziarie, quali il Fondo Monetario Internazionale ed il G7. Attualmente sono ancora i singoli Stati, più che la zona euro, ad essere rappresentati. Le prospettive concrete di un simile progetto - un unico portavoce per diversi soggetti internazionali - sono tuttavia molto aleatorie e proiettate verso il medio-lungo termine. Non è ancora politicamente possibile un passo di questo tipo, ma è un viatico per non essere un «nano politico e contemporaneamente un gigante economico».

http://www.ragionpolitica.it/testo.9367.dieci_anni_euro.html

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Tibet: Freedom is not a game.

Maggio 8, 2008

Campagna dell’EDS realizzata su idea mia e con la collaborazione di Riccardo Meynardi. Presto verrà invasa la rete con questo poster per sensibilizzare su un tema caldo dell’estate e degli ultimi 40 anni.  Prima di tre campagne online che verranno lanciate su mia proposta dal sito www.eds-epp.eu. Commenti apprezzatissimi, fatemi sapere cosa ne pensate e… Free Tibet!

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Cosa nasconde la polemica sul biofuel

Maggio 8, 2008

La Commissione Europea sta trattando intensamente la questione della “food crisis”, in particolare in riferimento all’altra tematica – questa a livello prettamente comunitario – dei biocarburanti.

Le posizioni ufficiali si evolvono rapidamente, ammettendo dopo pochi giorni quanto solo una settimana prima negato con convinzione: è il caso dell’affermazione di una certa responsabilità del piano per l’utilizzo del biofuel nel contesto della crisi globale del prezzo del cibo.

Uno dei protagonisti del dibattito è il commissario europeo per il commercio, Peter Mandelson, che da posizione di strenuo difensore del libero mercato ha concesso che “certe politiche” relative ai biocombustibili possano contribuire alla crescita del prezzo del cibo, e addirittura accrescere l’effetto serra.

Il motivo per cui si era deciso circa un anno fa di sviluppare queste fonti energetiche alternative (del 10% entro il 2020) era, ovviamente oltre a quello geopolitico di una maggiore indipendenza dal petrolio (sia in chiave politica che economica, basti pensare al mostruoso innalzamento del prezzo al barile e alle sue ripercussioni sull’economia americana), una maggiore attenzione all’ambiente. “Energia” più pulita, insomma, contro il processo di “global warming” che è un’altra delle emergenze attualmente più sentite dalla comunità internazionale: da Kyoto ‘97 in vista di Copenaghen ‘09, contro il cosiddetto “greenhouse effect”.

In un secondo momento però, la tragedia umanitaria globale che si sta sviluppando in tutto il mondo ha portato a fortissime critiche sulla produzione di biofuel, che sarebbe un ulteriore elemento di peggioramento per la povertà nei paesi già più poveri: per ragioni di convenienza “commerciale”, infatti, molti produttori di sostanze alimentari dal Terzo Mondo avrebbero più entrate a produrre biofuel che cibo. Con l’ovvia conseguenza di avere meno cibo a disposizione sul mercato.

Mr Mandelson ha comunque escluso che tali implicazioni dei biocarburanti possano essere attribuite alle politiche comunitarie, che nei giorni scorsi qualcuno voleva rimettere in discussione: anzi sono effetti collaterali esclusivi delle politiche statunitensi nel settore. Sul The Guardian del 29 aprile ha infatti scritto: “Possiamo già osservare che la produzione su vasta scala di biocarburante, specialmente negli Stati Uniti, può essere uno dei fattori che hanno innalzato il prezzo del cibo, in quanto sottrae risorse alla produzione di cibo. L’interesse a coltivare mais per produrre etanolo, visti i sussidi pubblici, negli Stati Uniti riduce la produzione della materia prima anche a livello di mercato globale, aumentando i costi di quest’importante alimento”.

Altre fonti hanno completato il quadro di critica a Washington, sottolineando come nessuno abbia mai preteso che l’incremento di produzione di prodotti agricoli per produzione di etanolo in America non abbia avuto un contraccolpo sul mercato agricolo mondiale. Nonostante questo si precisa come “non sia nostro compito dire agli USA quali strategie e politiche intraprendere”.

Di contro, a parte questa frecciatina ai cugini d’oltre Oceano, la produzione europea di biocarburante avrebbe secondo il commissario solo “un effetto minimo” sui prezzi mondiali.

A livello globale, il problema che si pone è quello che le ONG del settore ambientalista denunciano: “Ci sono sufficienti calorie di granoturco nella tanica di carburante di un SUV da alimentare una persona per un anno”. Ovvero la necessità di “social criteria”, per lo meno nell’incentivare questa nuova forma energetica: tuttavia prendere in considerazione una qualsiasi questione sociale nel fissare i criteri di importazione dei biofuels avrebbe delle conseguenze molto più ampie sul mercato europeo, come sempre Mr. Mandelson avverte. Come imporre un’obbligazione sull’esportazione di un produttore di canna da zucchero, in base alla finalità alimentare o energetica che abbia?

Un altro funzionario della commissione per il commercio ha dichiarato che le questioni prettamente “sociali” o “umanitarie” non possono essere incluse nella normativa, sia perché la WTO non le considera, sia perché portandole alle estreme conseguenze logiche in questo caso prevederebbero criteri di “compatibilità sociale” non solo per quanto riguarda i biocarburanti, ma per tutte le importazioni. Qualcosa di molto pericoloso ed in contrasto col concetto di libero mercato alla base del mondo occidentale.

Una strada invece percorribile è quella di applicare principi sociali attraverso un altro strumento, cioè la pressione ai partner commerciali affinché sottoscrivano e rispettino gli standard delle Nazioni Unite definiti dall’International Labour Organisation.

Tuttavia si resta al livello di mosse “suggerite” e non di decisioni prese: la speranza è che la ricerca richiesta dal presidente della Commissione, Jose Manuel Barroso, porti a qualche consapevolezza in più e che tutto il trambusto sulla moratoria internazionale all’Onu sul tema non si risolva nella solita occasione da strumentalizzare per difendere i propri interessi.

http://www.loccidentale.it/node/17189

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Giornata pro-israele

Maggio 8, 2008

Un breve commento, dopo una mattinata passata all’insegna dello Stato Ebraico per eccellenza. Si sa che in questi giorni c’è il tormentone relativo al salone del libro, visto che i soliti noti si sono messi in piazza, qui a Torino, a bruciare bandiere israeliane e come sempre inneggiare alla magnifica, splendida, innocentissima e repressa palestina.

Ecco… così si è deciso che fosse il caso di manifestare anche un minimo di solidarietà all’ultimo baluardo dell’Occidente là sulla frontiera dell’intransigenza religiosa; si è deciso insomma, di dimostrare con grande umiltà e tranquillità l’appoggio e la vicinanza ad un popolo che è costretto ad essere “democrazia in arme” contro i fondamentalismi di Hamas. Per chi non ci crede, basta guardare su google news cosa succede anche nel vicino Libano… Un’area calda, da sempre, il Medioriente, in cui prendere una posizione del tutto pro qualcuno sembra un gesto di leggerezza. Ma altrettanto leggera è la presa di posizione di chi si professi solo filo-palestinese, in questo rinnovato antisionismo che non ha senso, nella sua anti-storicità, ma che serpeggia negli ambienti della sinistra (anche sempre meno estrema).

In realtà anche Israele è vittima di un certo odio indirizzato agli Stati Uniti e all’Occidente stesso, l’odio che il relativismo ed il pensiero debole fomentano per prevaricare sulle altre filosofie della nostra civiltà. Per questo, dopo aver sentito l’assistente dell’On. Fiamma Nirenstein, oggi sono stato israeliano anch’io: indossata la maglietta e tenuta alta la bandiera, sono rimasto a lungo di fronte allo stand dedicato al paese mediorientale salutando ed applaudendo al suo passaggio il Presidente della Repubblica Napolitano. C’erano vari parlamentari: da Barbareschi a Fassino, da Sgarbi in poi.

Niente di particolare da riferire, nessun incidente, solo l’occasione in nome degli European Democrat Students (network di più di 500′000 studenti europei, affiliato al Partito Popolare Europeo) di dimostrare quanto sia ingiusto che la nostra università sia così faziosamente schierata nel nome dell’ignoranza. Il luogo del sapere svilito dalla disinformazione coatta e violenta. Anche questo, è un segno di inciviltà tutto italiano. 

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Solo parole e pochi fatti davanti all’emergenza-cibo

Maggio 6, 2008

La “food crisis” attualmente in atto è oggetto di preoccupate attenzioni da parte dei principali analisti ed osservatori delle istituzioni internazionali e del mondo giornalistico. La pressione delle organizzazioni (che vanno dalla World Bank al Programma delle Nazioni Unite sul Cibo) è ovviamente arrivata anche a livello europeo: lo stesso presidente della Commissione Europea, Barroso, ha richiesto uno studio per verificare le implicazioni e le relazioni tra l’attuale impennata alle stelle dei prezzi del cibo e le energie legate ai “biofuels”.

In Italia era stato Giulio Tremonti, poco tempo fa, a dichiarare che il “cibo fosse fatto per essere mangiato”, sottolineando una posizione latamente conservatrice che richiama i rischi di usi impropri di prodotti così sensibili come quelli alimentari.

La preoccupazione e l’interesse per la tematica nascono dal fatto che un anno fa i leaders dell’Unione Europea avessero deciso di comune accordo una crescita dell’uso del biocombustibile, nel trasporto di carburante. Crescita stabilita per raggiungere un target del 10% nel 2020, con uno step intermedio pianificato per il 2010 del 5.75%. E crescita che, non appena cominciata, ha visto affiancarsi la crisi globale che oggi tanto preoccupa gli analisti, sull’impennarsi dei prezzi alimentari ed i relativi disordini nei Paesi più poveri.

Barroso ha dichiarato, a seguito del meeting con Yves Leterme (Primo Ministro belga) di mercoledì 17 aprile, di aver personalmente chiesto uno studio su tutti i singoli aspetti della questione dei biofuels: l’impatto sui prezzi, sull’agricoltura, lo sviluppo… Notizia in un primo momento rimasta solo alla stampa belga. Lo stesso Leterme ha aggiunto: “Dobbiamo avere il coraggio di riesaminare i nostri obiettivi sui biofuels”.

Un portavoce del presidente (Mark Gray) ha poi confermato giovedì 24 aprile che lo studio è stato richiesto, ma precisando che questi avrà solo lo scopo di raccogliere informazioni e dettagli sul collegamento tra crisi del cibo e biocarburanti, cosicché Barroso si possa formare un’opinione sulla faccenda.
Questo senza che venga implicato un cambiamento, al momento non preso in considerazione, nel target di raggiungere il 10% di biofuels. I giornalisti hanno poi chiesto se tale ricerca avrebbe avuto una qualche ufficialità, domanda a cui Mr Gray ha risposto negando: “E’ solo per il presidente perché disponga di dati sul possibile collegamento con il prezzo del cibo. Non si sa se tali dati verranno pubblicati o presentati alla commissione. Deciderà Barroso”.
L’interesse per la ricerca non è solo da ricollegare al problema “food crisis”: il fatto è che è stata richiesta proprio nel momento in cui serpeggia una crescente discordia interna alla Commissione a proposito degli obiettivi sui biofuels. Nelle ultime settimane la vecchia unanimità ha avuto segnali di cedimento, come quando il presidente della commissione sviluppo Louis Michel ha definito i biocarburanti, di fronte al senato belga, una “catastrofe”. Notizia riportata dall’agenzia Belga: “Ho detto a lungo che la moda per i biocarburanti sarebbe potuta essere una catastrofe, soprattutto per i Paesi che non sono auto-sufficienti nella produzione di cibo”. Inoltre sul Guardian, giornale britannico, è stata citata una dichiarazione di un funzionario della Commissione per cui il “target dei biofuels è ora secondario”.

C’è però anche il fronte opposto, che ribadisce come non ci sia nessuna riconsiderazione della decisione presa di raggiungere il 10% di utilizzo dei biocarburanti (Ferran Tarradellas). L’agenzia Reuters ha riportato il 22 aprile notizia della divisione in due schieramenti durante la discussione interna della Commissione sulla sostenibilità dei criteri per i biofuels: da un lato Stavros Dimas, commissario per l’ambiente, e Louis Michel, presidente dello sviluppo; dall’altro Andris Piebalgs, commissario per l’energia, e Peter Mandelson, commissario per il commercio (lo stesso che ritiene la food crisis una buona occasione per i mercati del mondo in via di sviluppo di affacciarsi al libero mercato).

Ma di tale divisione arriva smentita da parte del portavoce di Barroso, sempre Mark Gray: “C’è unanimità sul soggetto e abbiamo sottolineato che stiamo considerando una seconda ed una terza generazione di biocarburanti alternativi, e che per il resto stiamo sviluppando criteri di sostenibilità.” Anche il portavoce di Mandelson ha dichiarato che il commissario ha introdotto il tema della food security per meglio definire lo scenario in cui collocare le decisioni sui biofuels, e che la divisione fosse stata frutto della strumentalizzazione mediatica fatta da alcuni articoli: il vero problema sono i criteri sociali, per cui bisogna prestare grande attenzione alla compatibilità con la WTO.

Resta indubbio che la crisi globale dei prezzi che oggi è all’attenzione di tutti debba portare a misure decisive di reazione: l’instabilità che crea, al di là dei problemi di human rights e di fame, è pericolosissima per estese aree di Africa, Asia e Sud America. Il collegamento con l’utilizzo di prodotti alimentari a scopi energetici di sicuro è diretto, ma il suo peso è discusso: il 24 aprile, per esempio, il commissario per l’agricoltura Mariann Fischer Boel ha dichiarato che i biocarburanti non possono essere la causa dell’innalzamento del prezzo dei cibi: durante un intervento a Copenaghen, ha spiegato come di 2.1 miliardi di tonnellate di grano prodotte nel mondo, solo 0.1 miliardi vengano utilizzati per i biofuels (fonte Danish daily Politiken).
Una simile percentuale non sarebbe sufficiente ragione per mandare in tilt i prezzi degli alimenti.

Resta il fatto che i biocarburanti, salutati inizialmente con entusiasmo nel contesto della lotta al “global warming” ed al cambiamento dei fattori climatici, assumano oggi il ruolo di co-protagonisti nella complessa tempesta della “food security”. Il mondo industrializzato ha il dovere di agire velocemente nell’emergenza e di pianificare una strategia a lungo termine: sempre Louis Michel ha dichiarato che “la crescita nei prezzi dei cibi base è una tragedia umanitaria in atto. I programmi umanitari sul cibo in corso sono sotto grandissima pressione con meno cibo disponibile per una quantità maggiore di persone già sul limitare della soglia di sopravvivenza”. Per il momento, comunque, si discute e si discute, la Commissione ha stanziato ulteriori 117.25 milioni di euro per l’emergenza, ma da nessuna fonte arrivano segnali tranquillizzanti su cosa si possa o debba fare per avviarsi verso una soluzione del drammatico problema.

 

http://www.loccidentale.it/node/16883

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Global warming: Bush apre ma l’Europa non ci sta

Aprile 29, 2008

La posizione europea sulle politiche ambientali è attualmente la più “verde” nel contesto mondiale. Con le dovute eccezioni, i paesi dell’Unione sono quelli che rispettano maggiormente i vincoli derivanti dal trattato di Kyoto, che maggiormente subiscono l’handicap (nella competizione globale) di più alti costi per le misure contro le emissioni di CO2, ma che di contro dimostrano maggiore responsabilità e sensibilità sul tema.

Ma se Kyoto è sulla bocca di tutti, è necessario anche tenere in considerazione il suo impatto concreto sulla realtà effettiva dell’inquinamento e dell’economia: per questo le posizioni non sono molto omogenee tra gli Stati e da più parti si è parlato di fallimento di quello che doveva essere il trattato definitivo sul tema ambientale.

Da un lato ci sono Cassandre sempre pronte ad additare i produttori e i paesi occidentali come fonte di ogni male, che prevedono inondazioni e cataclismi; dall’altra ci sono studiosi altrettanto attendibili che si mostrano molto più scettici e dimostrano come nell’evoluzione storica e geologica della Terra, lunghi periodi si siano susseguiti senza che fossero le immissioni nell’atmosfera di CO2 il vero problema.

Correzione di rotta statunitense
L’argomento tuttavia si mantiene attuale per i suoi risvolti politici. Anche se non se ne sa molto, Kyoto è stato solo il meeting che ha dato inizio alla serie di confronti sul “global warming” che gli Stati Uniti hanno gestito nel recente passato. Mercoledì scorso poi il presidente Bush ha annunciato un piano specifico con grande richiamo mediatico, come mossa per un significativo cambiamento della posizione che l’amministrazione Bush aveva preso sul tema dei problemi climatici sin dal 2001. Da allora gli USA hanno sempre rigettato l’idea che la crescita della temperatura globale fosse il risultato dell’attività umana, motivo per cui il presidente americano aveva ritirato gli Stati Uniti dal Protocollo di Kyoto subito dopo l’approvazione del testo, provocando forti critiche e fastidio nei partner europei e in molti altri paesi del mondo.

Nell’ultimo anno il presidente ha cominciato a lasciar intendere di aver cambiato opinione sul tema e il discorso di mercoledì è il primo annuncio politico che segni “ufficialmente” la svolta: la previsione di bloccare la crescita di emissioni gas effetto serra entro il 2025. Anche se ideologicamente è un grosso cambiamento, in termini di azioni pratica che ne derivano le nazioni europee sentono che il piano americano continuerebbe solo a peggiorare la situazione.

Una iniziativa concreta di Bush, al di là di comunicati stampa e dichiarazioni, sono comunque le “discussioni di Parigi”, chiamate Major Economies Meeting (MEM), che raccolgono le economie trainanti globali, produttrici dell’80% delle emissioni totali di gas effetto serra. Un gruppo formato ad hoc, che include anche Cina e India, così come il G8 e l’Unione Europea, su iniziativa appunto statunitense, che si è riunito per la prima volta lo scorso settembre per poi ripetere un incontro in gennaio, entrambe le volte negli Stati Uniti e in previsione di un altro incontro che si terrà al summit del G8 in Giappone, il prossimo luglio, dove verrà posta la questione di prendere una decisione in merito al tema. Si tratta di incontri informali, intesi a permettere un libero flusso di discussioni in preparazione dei colloqui internazionali sul clima di Copenhagen dell’anno prossimo (che saranno il primo vero e proprio step successivo a Kyoto). Anche Indonesia, Messico, Corea del Sudo, Brasile e Australia  parteciperanno, insieme ai funzionari della Framework Convention on Climate Change delle Nazioni Unite.

Reazione europea
Agli USA di Bush rispondono molte voci dall’Europa, e per lo più rispondono con toni accesi e non molta diplomazia. E’ evidente che la situazione culturale e politica tra i due continenti sia assai diversa, basti pensare che i nostri conservatori, cristiano-democratici e liberali (il PPE) hanno approvato in dicembre un “paper” interno sul greenhouse effect e sul global warming che riconosceva Kyoto e molti punti che all’amministrazione statunitense non erano mai andati giù, sulle responsabilità delle nazioni industrializzate. Le critiche sono fioccate, come le agenzie stampa hanno riportato, principalmente dal Commissario UE dell’Ambiente, Stavros Dimas (fonte AFP), che ha dichiarato in riferimento alla proposta di arrestare la crescita delle emissioni statunitensi per il 2025 che “non contribuirà alla lotta contro il cambiamento climatico”. “Il tempo sta finendo e abbiamo il dovere di raggiungere un accordo nel 2009 a Copenhagen” ha aggiunto in conferenza stampa, suggerendo agli americani di riconsiderare la loro posizione e di prevedere piuttosto che un arresto una riduzione delle emissioni.

Un portavoce della commissione ha poi aggiunto (fonte Reuters) che “siamo lieti del fatto che il presidente Bush l’altra notte abbia riconosciuto il bisogno di una legislazione federale con natura legalmente vincolante per regolare le emissioni di gas da effetto serra negli Stati Uniti e che per la prima volta abbia fatto riferimento ai cap-and-trade (permessi di emissioni di CO2 negoziabili)” ma che “ciò non corrisponde al livello di ambizione che sarebbe dovuto da parte dei paesi industrializzati, considerando le loro responsabilità nella sfida che stiamo affrontando”. Più duro nel commento si è dimostrato il ministro dell’Ambiente tedesco, Sigmar Gabriel, che è stato brusco al punto di definire il discorso di Bush sul tema “neanderthaliano”. “Il suo discorso ha dimostrato non leadership ma losership,” ha detto il ministro, “siamo lieti che ci siano anche altre opinioni negli Stati Uniti”. Nel frattempo, il capo negoziatore sul clima della Francia, Brice Lalonde, è stato appena più morbido sulla proposta del presidente Bush: “L’attuale amministrazione americana sta appena iniziando a svegliarsi, ma è un po’ tardi”. Infine Connie Hedegaard, ministro danese per il Clima e l’Energia e soprattutto colei che presiederà la Conferenza del 2009 delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici di Copenhagen, indetta per concordare un nuovo testo dopo il trattato del 1997 negoziato a Kyoto, ha concluso: “E’ positivo che gli USA si stiano smuovendo, ma è male che si muovano così poco, soprattutto considerando che emettono due volte CO2 per abitante di quanto non accada in Europa. C’è ancora una lunga strada da percorrere”.

Sul confronto c’è poco altro da aggiungere: difficilmente gli Stati Uniti cambieranno posizione per il coro che s’è levato dalla politically correctness europea. Difficilmente le istituzioni comunitarie prenderanno in considerazione le ragioni dei cugini d’Oltreoceano. Ma è veramente importante che un qualche accordo si raggiunga già preliminarmente, affinché Copenhagen 2009 non sia un fallimento come lo fu nel 1997 Kyoto.

http://www.loccidentale.it/node/16642

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La crisi del mercato alimentare e la soluzione liberista

Aprile 20, 2008

Si è acceso di recente un dibattito, a livello europeo, tra diverse concezioni del sistema economico mondiale, che deve far riflettere anche chi presto governerà in Italia.

La crisi economica e la variazione degli assetti nei rapporti di potere tra continenti e Stati sta causando infatti gravi scompensi nel mercato dei prodotti legati all’alimentazione. Negli ultimi decenni ci sono state varie avvisaglie di un processo di deterioramento degli equilibri nazionali in questo settore del commercio e della produzione: basti pensare all’Unione Europea degli sconfinati sussidi alla Francia agricola e delle maxi multe per le quote latte nel Nord Italia.

Eppure ultimamente, per l’intrecciarsi e l’interconnettersi di tutti i settori dell’economia, la crisi finanziaria ha avuto echi preoccupanti anche nelle piazze di molti Paesi in via di sviluppo, che hanno spinto Peter Mandelson (commissario del commercio dell’Unione Europea) ad affrontare la tematica, con l’ottimismo legato ad un libero mercato che possa risolvere tutti i problemi. Sono poi però seguite delle reazioni un po’ più disincantate da parte dei massimi esponenti di ONG che si occupano dello sviluppo dei Paesi del cosiddetto terzo mondo.

Le manifestazioni causate dall’impennata alle stelle del prezzo del cibo sono scoppiate in circa 33 Paesi in tutto il mondo. Ad Haiti il governo è caduto dopo una settimana di sommosse in cui 40 persone sono state uccise. Possiamo facilmente ricordare le scene al telegiornale delle sommosse al Cairo per il prezzo del pane, trasmesse un paio di settimane fa.

In risposta a questo fenomeno, Argentina, Cina, Egitto, India, Indonesia, Kazakhistan, Malawi, Russia, Serbia, Ucraina e Vietnam hanno introdotto restrizioni nell’esportazione e totali divieti sulle materie prime alimentari.

Peter Mandelson si è rivolto al comitato per il commercio del Parlamento Europeo sostenendo una posizione molto chiara: ovvero mettendo in guardia i governi dalla tentazione di definire restrizioni alle esportazioni di prodotti alimentari in previsione del loro rapido aumento di prezzo. Tali provvedimenti sarebbero la peggiore delle soluzioni che il mondo occidentale potrebbe tentare, in quanto produrrebbe come unico risultato l’ulteriore scarsità della materia prima. Una involuzione, insomma, delle politiche mercantilistiche su un modello ormai passato, che inseguirebbe un’illusione di “food security”, rallentando tanto la produzione interna, quanto bloccando rifornimenti esterni, con l’unico effetto di condurre ad una spirale di protezionismo e riducendo le produzioni.

Insomma un palliativo a breve termine per l’emotività dei mercati negli Stati con più possibilità, a discapito delle economie degli Stati in cui effettivamente si soffre e si muore per fame.

“Le tasse di esportazione, le quote o le interdizioni non hanno un senso dal punto di vista economico o dello sviluppo”, ha aggiunto il commissario, “per quanto riguarda le merci base agricole, hanno ancora meno senso”.

Comunque, il commissario ritiene che nonostante le agitazioni popolari scoppiate in più parti del mondo, l’incremento dei prezzi del cibo possa essere “un’opportunità per i produttori nel paesi in via di sviluppo”, più che una preoccupazione per la “food security”, finché i loro governi apriranno i loro mercati ed i paesi sviluppati apriranno i loro nello scambio reciproco. “Dare loro i mezzi e i mercati per sviluppare i vantaggi dei maggiori prezzi è la miglior maniera di indirizzare la questione dei prodotti alimentari nel lungo termine in particolare per i paesi più poveri” è il succo del discorso.

 

Nella stessa ottica, gli alti prezzi per il cibo dovrebbero rinforzare l’impegno del mondo industrializzato a riformare il sistema dei suoi sussidi alla produzione, attraverso un patto mondiale di commercio. Il commissario ha auspicato che un accordo dovrebbe essere raggiunto per mezzo delle discussioni della World Trade Organisation Doha; sarebbe di particolare importanza per i produttori dei Paesi in via di sviluppo, perché conterrebbe accordi per tagliare i sussidi agricoli nei Paesi sviluppati che “distorcono il commercio agricolo e riducono le opportunità di esportazione”.

Un tale accordo, parallelamente alla firma dell’accordo bilaterale sul commercio tra paesi ACP (Africani, del Pacifico e Caraibi) ed Unione Europea – gli European Partnership Agreements – incentiverebbe la produzione di cibo attraverso l’espansione del commercio agricolo e l’apertura di opportunità di investimento nell’agricoltura dei paesi del Sud del mondo. Comunque molti paesi dell’area ACP hanno rifiutato di sottoscrivere gli EPA per il timore di un semplice fatto: l’apertura dei mercati potrebbe far soccombere le loro giovani industrie, che non possono competere con le assai più avanzate controparti europee.

Da quest’ultimo, purtroppo più realistico, passaggio si sviluppano le prime reazioni delle principali ONG per lo sviluppo internazionale, che addirittura ritengono i tentativi europei di ampliare il free trade mondiale ad aver contribuito all’attuale crisi dei prezzi del cibo.

Rispondendo alle posizioni del commissario, da Oxfam International Alexander Woollcombe ha rilasciato dichiarazioni sulla sua posizione, sostenendo che gli EPA non sarebbero mai stati la soluzione alla crescita dei prezzi, in quanto avrebbero “limitato” la possibilità di reazione di un paese in via di sviluppo, che “per affrontare tali imprevedibili fluttuazioni nel prezzo del cibo, ha bisogno di un certo spettro di strumenti politici per reagire”.

Nella stessa dichiarazione poi una piccola frecciata agli atteggiamenti europei è stata rivolta a Mandelson, che predica bene ma razzola male: “è d’altra parte un po’ sconveniente per l’Europa dare lezioni ai Paesi in via di sviluppo sui benefici del libero commercio agricolo quando nell’Unione Europea gli stessi prodotti sono ancora pesantemente sussidiati”.

Dave Tucker, funzionario della compagnia del commercio della anti-poverty charity War on Want, ha poi fatto eco al dibattito commentando: “un’altra volta, Peter Mandelson promuove gli accordi per il libero commercio come soluzione a tutto. Ma l’inseguimento di queste stanche e dogmatiche idee per più di 20 anni ha contribuito ai più seri problemi che i paesi in via di sviluppo stanno oggi affrontando”.

E proprio qui sta il problema principale di un’Unione come quella Europea, che propone ancora un modello liberista, peraltro restando ben lontana dall’applicarlo, e non si rende conto del fatto che il processo di globalizzazione ha implicazioni molto più sottili di quanto il libero mercato ed il libero commercio possano comprendere. Così come lo Stato capitalistico si è sviluppato nell’ultimo secolo con l’introduzione del Welfare State, insomma, è necessario che un modello analogo si applichi nella politica economica internazionale: perché nessuno può più permettersi che ci siano scioperi per fame in India, perché la leadership etica è l’unico strumento che resta alle democrazie occidentali per garantirsi una stabilità sempre più messa a rischio. Perché, semplicemente, nell’assenza di un mercato perfetto occorre provvedersi degli strumenti necessari a compensare le anomalie della realtà.

http://www.loccidentale.it/node/16408